EXHIBITIONS


Gli specchi dovrebbero pensare più a lungo prima di riflettere

Museo Civico d’Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini
Bologna

22 gennaio 2016
10 aprile 2016

ANDREA SALVATORI E IL PROCESSO DI RIFLESSIONE
ANDREA SALVATORI: LA VERITA’ NON RIFLETTE
ANDREA SALVATORI: GLI SPECCHI NON RIFLETTONO ABBASTANZA 

La mostra Gli specchi dovrebbero pensare più a lungo prima di riflettere è un vero e proprio percorso di scoperta, curato da Sabrina Samorì e Silvia Battistini per il Museo d’Arte Industriale Davia Bargellini di Bologna (22 gennaio – 10 aprile). Difficile immaginare una sede migliore per ambientare e ammirare la recente opera di Andrea Salvatori: il museo nasce infatti nel 1924 dall’unione della quadreria medievale-moderna dei Bargellini e della raccolta d’arte applicata, con l’obiettivo di ricostruire un appartamento bolognese del ‘700.

Nelle sale di questa esposizione enciclopedica di antichi utensili, strumenti e dipinti, balenano le sculture di Salvatori: talvolta evidenti come uno squarcio di luce, talaltre mimetizzate e ammiccanti rispetto a soprammobili e arredi ordinati nelle vetrine e alle pareti del museo.

Ben sessantasette opere compongono una mostra intelligente, promossa dall’Istituzione Bologna Musei per ART CITY Bologna 2016 (29-31 gennaio). Il nucleo di lavori realizzati per l’occasione (circa la metà di quelli esposti) ci dice molto sul processo di riflessione di Salvatori, che ha trovato negli ambienti e nelle collezioni del museo un motivo di co-ispirazione per inediti accostamenti che egli da tempo meditava.

Alterare o rovesciare la quotidiana e prevedibile funzione o conformazione di un manufatto in ceramica (vaso, tazza, statuina, busto, soprammobile) non significa necessariamente stravolgerne l’esito formale; si tratta più che altro di deviazioni che colpiscono tanto i soggetti quanto gli oggetti manipolati, con lo scopo di lucidarci lo sguardo, di rinfrescarci il pensiero. E’ infatti tipico della filosofia post-moderna e post-reale (nella quale Salvatori ben si muove) provocare la relazione tra lo sguardo, l’immagine e l’oggetto: vertici di un triangolo semantico messo a dura prova dalla rivoluzione neo-tecnologica. Dalla culla dell’artigianato e del pensiero umanistico, quale è il territorio tra Faenza e Bologna, Salvatori ricorre a un vasto repertorio di oggetti, forme, decori, moduli e icone per riorganizzare un impianto narrativo e logico che fa dell’equilibrio e dell’essenzialità del gioco i due binari sui quali spendere la sua paziente e meticolosa ricerca. Certamente spiazzanti, mai ridondanti, gli accostamenti rivelano a volte il peso di sovrastrutture plurali e autoalimentanti rispetto al canone sottostante, al già visto, all’ordinario e scontato: così il masso d’oro, impenetrabile, soverchia un piccolo Mozart o una coppia di amanti in carrozza; così i poliedri perfetti, insondabili frattali, investono la Vispa Teresa o Il caso Pandora. L’oggetto ceramico ready-made può unirsi ad altri elementi decontestualizzati ma anche a forme create da Salvatori e poste a raccordo dell’insieme. In quest’ultimo caso è evidente una ricerca di tipo compositivo, molto più iconica che plastica (Ottomano, TuttiTappi, Senza titolo-overweight).

Il margine di casualità che la ceramica artigianale conserva negli esiti strutturali, oltre che cromatici, non incide drammaticamente sul processo di definizione dell’opera in quanto, da buon discendente Dada, Salvatori ha uno sguardo ad ampio raggio, è abile a cambiare prospettiva, a trovare sempre l’uscita imprevista da un problema che è solo apparente.

Un ulteriore elemento linguistico ampiamente utilizzato è la citazione: mai fine a se stessa, concettualmente sottile e non celatamente giocosa, ironica. La serie TuttiTappi, qui allestita su una perfetta tribuna-scalinata, è nata a partire da un vaso di Melandri; il confronto prosegue con una ciotola del maestro Zauli, che l’artista non esita a trasformare in una “ciotola Salvatori” grazie a un pallone sgonfio. Ancora, il Testone del David di Michelangelo si offre allo sguardo come un frammento antico, disinibito nel mostrarsi vuoto all’interno, come la scultura ceramica è. A questa “verità del materiale” o “riconoscibilità del processo”, Salvatori aggiunge la graziosa figura femminile, ben nascosta all’interno del cranio, “perché cosa può avere un uomo nella testa se non una donna?” (cit. Salvatori): anche questa è verità, su cui gli specchi dovrebbero riflettere prima di restituirci l’immagine (cit. Jean Cocteau).

Luca Bochicchio